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“Ho combattuto un tumore, e ora sono a rischio coronavirus per colpa dell’incoscienza di altri”

carmine di mambro

Ho combattuto uno dei tumori peggiori e ora sono a rischio coronavirus per colpa dell’ incoscienza di altri“. Esordisce così in un suo post su Facebook Carmine Di Mambro, un uomo di Cassino (in provincia di Frosinone) protagonista di una storia che dovrebbe davvero far riflettere tutti noi, specie in tempi come questi.

“Ho fatto 184 giorni in una camera di ospedale di cui 22 in coma e 40 in camera intensiva, credo che 15 giorni di piccole rinunce non sono poi così difficili da sopportare se servono a salvare la vita di altre persone.
Sono uno dei tanti immunodepressi che rischia di contrarre il Coronavirus per colpa di persone che sottovalutano o ignorano il problema. Per chi ha sconfitto la morte e si trova a vivere giornalmente su una linea di confine sottile, diventa tutto una beffa per il menefreghismo di altri. Tre anni fa, ho scoperto di essere stato colpito da un carcinoma aggressivo e tra i peggiori in assoluto.

Dopo il primo intervento, ho dovuto cominciare da subito la chemioterapia, una settimana dopo ho iniziato la prima “dama rossa”. Durante il primo ciclo chemio, sono rimasto sempre a casa, senza uscire mai, per quanto era devastante, al termine del ciclo chemioterapico, mi hanno detto che avrei dovuto fare il secondo intervento, perché la genetica del mio tumore era troppo aggressiva e ad alto rischio di vita.

Emotivamente è stato un percorso molto duro, non solo per le paure legate alla malattia ma soprattutto per il pensiero di lasciare mia moglie e mio figlio. Il mio primo pensiero era sempre mio figlio, che non ho potuto vedere quasi mai in quel periodo, perché tra ricoveri, operazioni e la chemio era impossibile stare insieme. Lui è stato il mio faro, la cosa che mi ha mantenuto positivo, combattivo, che non mi ha mai fatto perdere la fiducia nei medici e nel mio percorso. Il mio obiettivo era tornare da lui e da mia moglie, che è stata meravigliosa tutti i giorni a partire dal primo ad oggi.

Poi è arrivato l’ennesimo intervento, il terzo, l’ennesima chemioterapia, il coma e la lunga degenza in camera intensiva. Ma una delle conseguenze per un chemioterapico e mutilato organico come me, è essere permanentemente immunodepresso. La mia vita è quindi diversa da quella degli altri, anche se apparentemente sto bene, perché devo sempre cercare di non espormi ad infezioni che per le persone sane sono banali (pensiamo alla comune influenza) ma che per me possono avere conseguenze molto gravi. Se poi consideriamo che non ho l’esofago e lo stomaco, che sono le prime barriere do protezione per Coronavirus, vi lascio immaginare l’angoscia giornaliera.

Queste cautele sono ancora più importanti da quando è in atto l’infezione da “Coronavirus”. Gli immunodepressi, i trapiantati e chi sta seguendo una chemio sono forzati a chiudersi in casa o cercando di uscire l’indispensabile, cercando di non stare a contatto con altre persone e limitando i rapporti anche con i familiari. Siamo noi, i più fragili, a pagare il prezzo più alto ma le nostre prudenze da sole non bastano mai, c’è sempre una componente esterna da valutare, l’incoscienza.

Per questo mi infastidiscono i molti commenti o messaggi che girano sul web e non sono il solo a sentire gli altri nelle stesse mie condizioni. Il COVID-19 non è letale e può potenzialmente uccidere solo le persone che sono già malate o anziane con patologie regresse. E se quelle persone deboli fossero vostri familiari o amici? Se quelle persone fossero come noi reduci da una battaglia per la vita e rischiassero di non farcela per l’irresponsabilità di qualcuno?

Le fasce a rischio da sole non possono proteggersi, tutti devono fare la loro parte seguendo le norme, le restrizioni e le indicazioni di medici e istituzioni. Il senso collettivo di responsabilità e la civiltà si dimostrano con la capacità di tutelare i più deboli e più fragili, anche se questo comporta delle piccole limitazioni per la nostra libertà. Perché anche chi non rientra nelle categorie particolarmente a rischio, può ugualmente essere un veicolo di contagio per i più vulnerabili.

Molto si è parlato ad esempio del decreto che ha obbligato la chiusura delle scuole, una decisione a mio parere fondamentale anche se espone i genitori a non pochi problemi. La cosa che mi ha fatto infuriare moltissimo è nel vedere ludoteche, parchi e altri locali stracolmi di bambini e ragazzi dopo aver fatto un D.M. di chiusura delle scuole. I bambini, infatti, non hanno il senso dell’igiene, sbavano, hanno il moccio al naso, si puliscono le secrezioni con le mani, toccano tutto, sono portati ad abbracciarsi, e danno dolcemente baci ricchi di saliva, come è giusto che sia per la loro età.

Ma così facendo possono diventare involontariamente un veicolo di contagio, molto peeicoloso. I vostri figli saranno, loro malgrado, i mezzi di diffusione più efficace e veloce del Coronavirus. I vostri figli, porteranno il virus nelle ludoteche o posti affollati, negli ambulatori medici, e da li lo porteranno nelle vostre case e nei luoghi di lavoro. Loro, i bambini, nella stragrande maggioranza dei casi saranno asintomatici! Voi, mamme e papà, nella stragrande maggioranza dei casi raffreddati! I nonni, le maestre, il personale medico e soprattutto i malati e gli immunodepressi…beh, 20 su 100 finiranno in terapia intensiva, 3 o 4 moriranno. Le vittime del virus sono loro, siamo noi, i vostri figli solo un mezzo di contagio.

Per il Coronavirus al momento non esiste un vaccino, solo prevenzione e contenzione del contagio. La prevenzione è un atto di responsabilità. La responsabilità è del singolo soggetto ma non può essere certo dei bambini. Dovremmo affrontare tutti dei disagi e delle limitazioni alla nostra libertà, alla nostra quotidianità, in fondo si tratta di cambiare le nostre abitudini per qualche settimana, sia in pubblico che in privato. Di rendere sempre più difficile al virus di trovare un nuovo ”ospite” al quale passare. Perché pensate sempre che il problema è di qualcun altro, che voi siete sterili da tutto e da ogni male, ma non è così. E allora mi chiedo: quando toccherà a voi, perché se andiamo avanti così toccherà a tutti, che cosa avrete da dire a vostra discolpa?

Io mi sono fatto 184 giorni in una camera di ospedale di cui 22 in coma e 40 in camera intensiva, senza poter vedere mio figlio, ritengo che 15 giorni di piccole rinunce non sono poi così difficili da sopportare se servono a salvare in concreto delle vite. Seguite le direttive ministeriali e le ordinanze regionali, e lasciatevi guidare dai medici. Riflettiamoci!”.

Di Carmine Di Mambro

Storia tratta da Facebook

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